Il progetto di arte:

un mix di competenze pregresse, delle abilità per applicare le nuove conoscenze incontrate, di nozioni spot di tipo storico-culturale, mixati in un compito di realtà.


L’ho chiamato “La nostra Gam”. La Galleria d’Arte Moderna di Torino si sviluppa su tre piani e ognuno è dedicato a un circa secolo di arte a partire dalla metà del 1700, quindi si entra cautamente nell’arte contemporanea attraverso il tempo. Allo stesso modo la nostra piccola galleria scolastica, ancora in allestimento, è un viaggio dal realismo alla modernità.

Siamo partiti da una presentazione che potete prendere qui

E abbiamo preso la Gioconda come modella da vestire nello stile impressionista, cubista, astratto… Lisa de Gherardini perché è emblematica e famosa e per scongelarla dal suo 1500 e farle fare un viaggio nel tempo.

La nostra mostra si visita in senso orario dai dipinti naturalisti della serie “Frutta sul banco”, con cui i ragazzi di V° si sono cimentati nella riproduzione della luce e del suo cono d’ombra, e dal ritratto del Leone-così com’è al ritratto del Leone-così come lo vedo, in cui ci siamo fatti ispirare dallo studio picassiano sul Toro.

Poi si entra nell’arte moderna con una Gioconda impressionista e l’altra espressionista, una pop e l’altra cubista, per poi osservare creazioni astratte ispirate a temi preindicati dall’insegnante. Completerà il percorso la possibilità di diventare protagonisti della tela di Munch: realizzeremo lo sfondo del celebre dipinto senza il suo soggetto.

Quando la galleria sarà nella sua forma definitiva, allora ci soffermeremo sulla sua comunicazione: ogni alunno creerà un pieghevole per informare i compagni delle altre classi e invitarli a dare un’occhiata, e lo consegnerà personalmente al suo target 🙂

Ne parlerò ancora.

Facciamo insieme. Imparare con il cooperative learning dalla primaria.

«I fiocchi di neve, presi singolarmente sono piccoli e fragili, ma uniti tra loro possono fare cose incredibili.»

A partire dagli anni ‘80 ha rappresentato una rivoluzione nella didattica tradizionale, quella frontale e lockiana che voleva riempire le tabulae rasae degli alunni con le informazioni distribuite dal docente; attualmente il cooperative learning sembra essere uno strumento pedagogico indispensabile perché sono mutate le variabili in relazione:  il contesto, la classe, i bambini, la loro psicologia, le attenzioni dei genitori e delle istituzioni ai loro disturbi, connessi anche al cambiamento degli adulti intorno. Oggi col gruppo classe di ogni ordine e grado non si può più elargire solamente la spiegazione orale, con la lettura del testo e un paio di esercizi abbinati; risulta necessario usare metodi diversificati e passare dall’apprendimento passivo, all’attivo e al cooperativo con flessibilità ma soprattutto strutturazione. I diversi metodi sono complementari e corrispondono alla frenesia di vita che tutti sperimentiamo. Lungi dall’essere il banale lavoro di gruppo con cui viene spesso impropriamente scambiato, il cooperative learning ha regole e fasi da seguire improrogabilmente e alla sua base c’è un docente qualificato in merito, che assume consapevolmente il ruolo di facilitatore, conduttore e valutatore non solo della performance disciplinare ma soprattutto delle competenze sociali messe in atto. Forse questo è il punto in comune con la scuola classica, quella di sempre, che ripete ai suoi alunni quanto la condotta influenzi la votazione. Nel CL senza il giusto comportamento, tanto individuale quanto collettivo, non si può lavorare; dalle dinamiche relazionali dipende il prodotto finale e le competenze sociali individuali sono ciò che permettono di lavorare in interdipendenza positiva, con la consapevolezza che l’obiettivo comune è raggiungibile tramite il contributo significativo, rispettato e necessario di ognuno.

Bisognerebbe introdurre il metodo collaborativo all’inizio del percorso scolastico, farne un leitmotiv della didattica, quindi avere un docente fisso con cui mantenere un rapporto di fiducia. L’insegnante come la propria famiglia: il bambino dovrebbe essere rassicurato che in classe si impara in quel modo, si struttura la giornata secondo quelle regole e abitudini, quei sorrisi e quegli sguardi che, come con la mamma e il papà, il bambino diventa in grado di leggere e interpretare senza arrivare alle urla di emergenza. In classe ci sono tre elementi ogni giorno a interagire: l’insegnante, gli alunni e il Sapere.

Proprio per avvicinare il bambino alla volontà autonoma di sapere dagli anni ‘70 i ricercatori Johnson&Johnson, e con valide teorie prima di loro John Dewey, Kurt Lewin e Morton Deutsch, hanno elaborato il metodo del Collaborative Learning. Sin dai 6 anni, i bambini possono essere esposti a questo modo di lavorare che deve essere ben strutturato e spiegato prima di iniziare; gli alunni devono capire che non ci sarà successo individuale senza successo collettivo, che i ruoli devono essere definiti prima di iniziare, che all’interno del gruppo ogni partecipante ha una funzione assegnata tenendo conto delle abilità di ognuno. I ruoli possibili sono cinque o sei; il numero ideale di allievi per gruppo è quattro.

Orientato al compito è chi deve progettare il piano di lavoro, sollecitare il gruppo a decidere bene e nel minor tempo, ricordare a tutti che l’obiettivo è raggiungere il miglior risultato possibile. Orientato al gruppo è colui che si preoccupa che tutti partecipino in egual misura, che gestisce eventuali conflitti e fa comunicare le parti. Memoria è il ruolo di chi mette per iscritto i risultati raggiunti e ricorda costantemente le decisioni condivise da tutti. Relatore è chi stende la versione finale dei risultati raggiunti e la espone a tutta la classe nella fase conclusiva del lavoro. Osservatore è il controllore che si accerta che ognuno svolga il proprio lavoro, secondo una griglia predisposta dall’insegnante. Prima di iniziare ogni alunno dovrà avere un cartellino con il proprio ruolo evidenziato.

Per i bambini delle prime classi della primaria, il CL è per lo più ludico. L’apprendimento del fare attraverso il gioco è per i piccoli molto efficace: giocando vivono la loro socialità. I ragazzi con poche relazioni sociali hanno maggiori probabilità di vivere disordini psicologici anche in età adulta; “il benessere personale  e il successo dei ragazzi è inesplicabilmente legato alla loro accettazione da parte dei compagni.” (Peterson, Giannoni, 1992)


Per passare dal ludico al didattico, l’insegnante può usare il CL Informale, cioè far lavorare i bambini a partire dalla classe terza a coppie, e proporre attività che non puntino sulla competitività. Le coppie devono essere casuali e cambiare spesso; non devono essere “di livello”  (uno studente che reputa più preparato viene abbinato ad uno studente con difficoltà) per non comprometterne l’autostima.


Un esempio di CL per bambini di terza può essere la creazione di fiabe con la tecnica Jigsaw. I Fase: si formano i gruppi da 3 fino a 6 bambini e l’insegnante illustra le modalità di lavoro, assegnando a ogni membro un compito individuale (caratterizzare i due protagonisti, l’antagonista e l’aiutante magico, poi l’ambiente naturale esterno e un ambiente interno, ad esempio). Ogni gruppo ha una storia da inventare e ogni membro sarà responsabile dello sviluppo del proprio soggetto/oggetto, quindi delle sue azioni all’interno della trama che così prende forma. II Fase: gli “Esperti” sul protagonista si radunano per confrontarsi sui propri caratteri, definendoli nella fisicità, nei tratti caratteriali, nel trascorso biografico e nel momento contingente; gli altri esperti potrebbero far emergere delle criticità e aiutarsi a vicenda nel dettagliare meglio ognuno il proprio personaggio. III Fase: si ricostituiscono i gruppi e ogni membro legge il testo autoprodotto; insieme creano la mappa della fiaba ( inizio, sviluppo, conclusione). IV Fase: il gruppo assegna il titolo alla fiaba e verbalizzano la sequenze della storia, inserendo ognuno la propria descrizione, eliminando gli elementi ripetitivi o superflui, dando organicità al testo, coerenza e coesione logica e grammaticale. In quest’ultima fase l’insegnante potrebbe guidare gli alunni nella riflessione circa la logica delle loro storie. V Fase: lettura delle fiabe e assegnazione di un voto individuale e di gruppo.


Con una classe quinta si può usare la stessa tecnica Jigsaw per la geografia. Il docente sceglie un argomento autonomo, svincolato da pre-nozioni, come può essere una regione geografica. Suddivide il tema in quattro parti, quali l’economia, il territorio, la cultura, i confini, e decide di concedere da 60 a 90 minuti per l’attività collaborativa. Il docente forma poi i gruppi da quattro membri, in modo che siano eterogenei e anche casuali. Ogni gruppo lavorerà sulla stessa regione geografica ma ogni membro ha la sua parte d’argomento da approcciare ed esaminare a partire dai materiali messi a disposizione dall’insegnante. Quindi ogni membro diventa un “esperto” di quella sottocategoria per quella tematica. In una seconda fase gli “esperti” si riuniscono per verificare di aver ben colto gli elementi essenziali, i punti critici dell’argomento e potrebbero preparare una presentazione cartacea per spiegare il proprio argomento ai compagni. In una terza fase infatti, ogni esperto rientra nel suo gruppo di appartenenza per spiegare la sua parte agli altri, che solo così hanno accesso a quelle informazioni, quindi hanno la responsabilità di essere efficaci.

Assumere il cooperative learning come modello didattico, anche solo per poche ore alla settimana, significa riconoscere agli alunni intelligenza e capacità critica sufficiente per manipolare e creare i concetti, non solo apprenderli passivamente.

Assumere il cooperative learning come modello didattico, anche solo per poche ore alla settimana, significa riconoscere agli alunni intelligenza e capacità critica sufficiente per manipolare e creare i concetti, non solo apprenderli passivamente.

«Se vuoi costruire una nave non distribuire compiti, non organizzare lavoro. Prima risveglia invece negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro.» (Antoine de Saint-Exupery, 1940)

Basta una conferma

Quindi quest’anno per me è lavorativamente appagante. Ve l’avevo detto? Quando trovi la tua strada, viene da chiederti: come mai non ci ho pensato/provato prima? Tante eventualità appaiono all’improvviso ma avrebbero potuto farlo prima. Allora c’è davvero il momento giusto per ogni cosa. Il mio momento è scattato con un’opportunità spiazzante, che ho colto al volo e che mi ha dato sicurezza. A ritroso, tale opportunità l’ho innescata io, dopo una conversazione con una mamma nel parco. Insomma è super-vero che BISOGNA TENTARE.

Ora mi sembra di poter asserire cose su di me con certezza. E sono sicura che il connubio che ho avuto la possibilità di creare quest’anno rappresenti la mia situazione ideale.

Queste sono le mani che ho disegnato ieri, scannerizzato, vettorializzato e trasformato in queste altre:

Il rosso punta al logo, posto in basso a destra. I colori sono quelli aziendali. Ho fatto ieri questa e altre bozze per la carta intestata e articoli customizzati dello studio col quale ho avviato una collaborazione interessante e promettente.

Scuola e grafica/comunicazione, proprio gli oggetti di discussione di questo blog e il mio obiettivo di vita professionale 🙂

Nient’altro da dire in questo post, solo un aggiornamento.

Stream of unsleepiness

Martina mi chiama alle 3:30, vado a prenderla per portarla nel lettone e lì inizia il flusso instoppabile di cose da pensare.

Sono usciti bene i macaron, cacchio è vero che devi ripetere per comprendere, devo smontare meglio la meringa, quante cose noti poi. Il bacio di Klimt. Quindi ti verrò a cercare. Ma quant’è dura dire una bugia. Siamo eterni come il bacio di Klimt. Che facciamo di arte martedì? O disegniamo gli omini e proietto i miei disegni sulla lim. Oppure boh, è troppo elaborato quel progetto? Comunque basta, la sera spengo il cellulare alle 9, devo leggere. A me piace scrivere. Alle medie zia mi avrà regalato quel libro di Ramses. Certo che la storia è una cosa che piace da grandi, come se bisogna avere il senno giusto per apprezzarla. A me è sempre piaciuta la contemporaneità, che poi include il passato recente e il prossimo futuro, cioè non il passato passato. Invece vorrei sapere centomila cose. Beh se non so qualcosa, ne saprò un’altra. Domani inglese, che facciamo? Allora frase quaderno: could you count the items on the page? Ci faccio mettere la traduzione. Così contano un po’, poi ascoltiamo gli audio dal libro, e bom. Ahaha che tipo, dice bom. Non pensare cose brutte. E se è un tumore che spinge sul muscolo? Quindi domani faccio già 4 ore, meglio. Cacchio però devo finirlo il libro. 100, 150, 300 copie…magari. Bello, metto una mini storiella sulla gallina, per dire che noi compriamo le uova fresche al mercato, perché così coi tuorli ci facciamo l’ovetto sbattuto, altra ricetta stupenda per bambini, e albumi da parte. Gallina che si sforza, uovo uscito, gallina schiaccia un pisolino e il contadino le frega l’uovo. In sequenza orizzontale. Chiedo a mamma la rima. O no. Domani che mi metto? No, domani nero, o il maglione bianco. Che cavolo l’ho rimesso ieri nell’armadio. Se fa freddo con le scarpe da ginnastica… gli stivali marroni alla fine non li metto mai. Si, metto le ricette in ordine di difficoltà, così macaron ultima ricetta, prima la gallina e dopo “disegna la tua ricetta”. Disegno di Emanuele che fa le palline con la faccia corrugata per l’impegno. No niente calendari, prima finire libro. Certo che alle medie Isabelle Allende sarà stata un po’ forte?! Assimilate lo stile dell’autore che leggete o che vi piace e poi trovate il vostro. Tipo, voi leggete “Diario di una schiappa”, scriverete in modo semplice, frasi corte, onomatopee. Ma dico sempre le stesse cose? Vorrei ricordare tutto. Domani se no prendo Marti alle 12:30 così poi ci facciamo un pisolino insieme. Miii ho dormito 5 ore. Che faccio, mi alzo? Scrivo un articolo va. No dai sono le 4. Va be tanto non dormo. Dovrei ricordarmi tutti i pensieri. Bello, faccio lo stream of cosciousness, James Joyce, vedi che qualcosa la ricordo. Devo studiare.

Alle 4:27 ero davanti al computer e ora alle 4:57, terminato lo stream, la prima cosa che ho fatto è cercare James Joyce. Googlare sta minando la nostra sicurezza gnoseologica. Sì, si chiamava James, ma non era inglese come supponevo bensì irlandese. Rimasto alla storia per l’Ulysses dove utilizza questa modalità di scrittura istintiva, dei pensieri che fluiscono e si imprimono sulla pagina seguendo le strutture che hanno nella formulazione interiore. Il mio forse è più un monologo interiore giacché ho utilizzato la punteggiatura. Peccato non stampare tra una parola e l’altra le immagini che si sovrapponevano alle frasi, a volte attinenti, altre fuorvianti.

Questo lo stream of c. di Molly Bloom, moglie del protagonista Leopold, le prima dieci righe:

Sì perché prima non ha mai fatto una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova/da quando eravamo all’albergo City Arms/quando faceva finta di star male con la voce da sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante conMrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco/tutte messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta/aveva paura di tirar fuori quattro soldi per lo spirito da ardere/mi raccontava di tutti i suoi mali/aveva la mania di far sempre i soliti discorsi di politica e i terremoti e la fine del mondo/divertiamoci prima Dio ci scampi e liberi tutti/se tutte le donne fossero come lei a sputar fuoco contro i costumi da bagno e le scollature che nessuno avrebbe voluto vedere addosso a lei/si capisce dico che era pia/perché nessun uomo si è mai voltato a guardarla/spero di non diventar come lei/miracolo che non voleva ci si scoprisse la faccia ma certo era una donna colta….

E sì, è difficile non usare la punteggiatura mentre si scrive. Diventa un automatismo con la scolarizzazione, che appunto solo i bambini fino agli 8 anni forse non hanno. Dovrebbero loro scrivere degli stream of cosciousness. Come tutti i grandi artisti, Joyce ha prima imparato la tecnica e nella fase iniziale della sua carriera come scrittore ha prodotto opere che assecondavano la convenzione logica e formale dell’epoca. Poi ha trovato il suo stile.

Però a me viene da dire che anche mentre penso faccio delle pause, più o meno lunghe.

Gioco e apprendo

Il gioco è una naturale e universale propensione umana valida per ogni etnia, poiché scaturisce dal bisogno primordiale e passionale dell’uomo, e degli animali, di cercare nient’altro che il piacere, senza ulteriori finalità e in totale libertà, in qualcosa che non sia legato alla pratica quotidiana, costrittiva, finalizzata a obiettivi scanditi come il lavoro.

Il gioco è l’espressione umana più semplice, naturale e autentica dell’uomo. La sua grande valenza e significazione sono di recente riconoscimento: solo nel XX secolo il gioco passa dall’essere produzione culturale residuale di scarsa importanza di una comunità, all’essere “l’operatore decisivo di ogni cultura [….]. La cultura sorge in forma ludica.” (Huizinga)

La rivalutazione del gioco si verifica come logica e normale conseguenza della rinascita dell’antropologia in quanto scienza a sé stante, grazie al funzionalismo di Radcliffe-Brown e al metodo dell’osservazione partecipante inaugurata da Malinowski. Vivere nella comunità da studiare e condividerne spazi, rituali, espedienti e giochi permette all’antropologo di conquistarne la fiducia e ottenere risposte comportamentali più sincere e naturali. Il gioco è una delle categorie più facilmente osservabili e condivisibili. Malinowski nota quanto il ludico fosse agli antipodi del lavoro per i nativi della Melanesia, in quanto svago funzionale alla ricreazione di energia da reinvestire nel successivo lavoro.

J. Huizinga, nell’opera “Homo ludens” del 1938, fonda ogni società umana sul gioco, perchè si gioca per piacere e l’uomo ricerca per sua natura il piacere, da sempre e in seno a ogni comunità etnica. Huizinga scrive “da molto tempo sono sempre più saldamente convinto che la civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco”.

L’attività ludica è istintiva, primaria, concreta, percepibile; rappresenta la cultura nel suo stato embrionale. La cultura è dualisticamente altro, infatti è giudizio e concettualizzazione, è racchiusa in un sistema. Ciò che diventa cultura nasce spontaneamente come un gioco. 

È pulsione primaria secondo R. Caillois, che nel 1958 scrive “I giochi e gli uomini”, in cui snocciola con semplicità le componenti che caratterizzano ogni tipologia di gioco: la libertà, perché la persona sceglie di giocare in autonomia; la separazione in limiti temporali e spaziali dell’attività ludica dal resto delle attività quotidiane; l’incertezza dell’esito finale della partita 

e del suo decorso, che rimane imprevedibile. Il gioco è inoltre improduttivo, dal momento in cui non genera valore nel mondo reale; ha regole precise, valide e inviolabili per e da tutti i partecipanti; è fittizio, in quanto ogni giocatore è conscio di trovarsi al di fuori della realtà ordinaria. Lo aveva precedentemente scritto Huizinga, che “gioco non è la vita ordinaria o vera. È un allontanarsi da quella, per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria.”

Gioco è sperimentare una dimensione verosimile e costruita su imitazione della realtà, seguendo regole che sono serie e vincolanti nei limiti del gioco e che sono facilmente tollerabili, insegnando così a controllare il comportamento senza un’imposizione diretta. 

L’uomo gioca attivamente e seguendo la propria volontà, ciò implica il “fare”, cognitivo e sensoriale, che coinvolge nella totalità l’essere. G. Bateson nel 1996 identifica nel gioco una meta-comunicazione tra il mondo reale e quello irreale della fantasia; sottolinea l’essenza metalinguistica del gioco, che è un’attività consapevolmente fittizia, tale che il giocatore deve poter riconoscere che si tratta di un gioco, seppur propedeutico alla vita reale. 

La scuola può e deve usare il gioco come modalità di formazione diffusa, cioè non limitata a spazi e luoghi precisi e non legata alla sensazione di dovere piuttosto di volere: il giocare poggia su un un sistema automotivante, a differenza di studio e lavoro che si affidano a premi o punizioni per far reiterare l’azione.

Una scuola danese, la Østerskov Efterskole di Hobro, per metà finanziata dal governo e per metà privata, dopo una prima fase sperimentale dal 2006 è una realtà concreta: per un anno novanta alunni tra i 14 e i 18 anni imparano attraverso il role playing: il tema scelto e strutturato dai docenti copre l’intero anno scolastico ed è interdisciplinare. Quando gli alunni vengono chiamati a vestire gli indumenta degli antichi romani della nobiltà, il loro obiettivo è influenzare la storia, far crescere l’impero, assicurare ricchezza alla propria famiglia. Per matematica si trovano a risolvere il problema della fornitura di acqua e a progettare gli acquedotti; per fisica, devono occuparsi del reperimento dei metalli e del loro uso; alcuni poi hanno il compito di comprare schiavi germani e così parlano il tedesco delle origini; altri fanno parte del senato e hanno la responsabilità di prendere decisioni di ordine sociale; e via a toccare ogni disciplina prevista dal curriculum scolastico. È il learning-by-doing degli scout. Gli studi della professoressa Lisa Gjedde hanno dimostrato che questo metodo del gioco di ruolo e del fare migliora la motivazione e accelera la concettualizzazione delle informazioni, che rimangono così più a lungo in memoria; studenti con Asperger e ADHD traggono i migliori benefici da questo metodo didattico.

E nonostante lo status del gioco sia stato rivalutato apertamente in pedagogia sin dai primi mesi di vita, osservazioni e studi recenti hanno messo per iscritto ciò che appariva ai più con evidenza:

i nostri bambini WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Digital) giocano meno rispetto a venti anni fa per un eccesso temporale passato davanti gli schermi (68%), per i troppi impegni scolastici (56%) e per l’assenza costante dei genitori (52%).

Giocano meno anche rispetto ai coetanei delle tribù indigene, dai quali si differenziano anche per la qualità del gioco:

i nostri bimbi usano quasi esclusivamente giochi già composti e strutturati in regole, difficoltà e tipologia, mentre i bambini indigeni hanno maggiori possibilità di inventare i propri giochi, che sono per lo più giochi di ruolo e immedesimazione, diventati poco frequenti per le nostre strade.

Questi bambini potenziano in tal modo il loro pensiero creativo, che è la capacità mentale di risolvere un problema con tecniche e mezzi originali modificando l’ambiente. Ed è una bella qualità che i nostri bimbi sviluppano tardivamente e/o solo volontariamente, per mancanza di vuoti operativi che la noia procura e dalla quale i genitori attualmente cercano di preservare i propri figli. 


BIBLIO- E WEBLIOGRAFIA: J. Huizinga Homo Ludens, Einaudi, Torino, 2002; R. Caillois I giochi e gli uomini, Bompiani, Milano 2000; http://spaziokultura.blogspot.com/2011/01/antropologia-e-gioco-i-parte.html; http://www.sulromanzo.it/blog/l-antropologia-del-gioco-dall-evoluzionismo-al-funzionalismo; https://osterskov.dk/

com’è fatto un piano editoriale

Per me le immagini con licenza gratuita di Unsplash sono stupende. Ci posso trovare la foto che ispira, allude e insieme affascina perché ha un che di artistico. E a volte informa. Quella che ho messo in evidenza per questo post mostra il CALENDRIER DE l’avent géant che il CENTRE POMPIDOU ha allestito nel 2009 sulla sua rue Rue Beaubourg 19 a Parigi.

Non è l’immagine più esplicita col mese X pieno di note, non è neanche troppo lontana dall’oggetto del post.

Oggi scrivo qualcosa a proposito del calendario editoriale che ti supporta nella stesura dei contenuti destinati al web; una pianificazione che funge anche da archivio e che ci permette di non essere ripetitivi.

Possiamo usare un’agenda cartacea, google calendar o app specifiche (come Trello, Asana, Taiga, Hootsuite).

Prima di ogni cosa dobbiamo STUDIARE il target cioè TROVARE IL SEGMENTO di mercato a cui ci rivolgiamo {profilo socio-demografico (sesso, età, cultura, ceto sociale, reddito, zona di residenza…); abitudini di acquisto (dove, cosa compra e con quale frequenza, quanto spende); atteggiamenti psicologici (qual è il suo stile di vita, quali ‘etichette’ possiamo dargli)}.

POI SEGUIAMO ALCUNE REGOLE BASILARI.

-MIXIAMO i temi da affrontare-

che devono poter:

1/3

AIUTARE il nostro pubblico a capire che ha bisogno del nostro prodotto/servizio; PROMUOVERLO PER PRODURRE AWARENESS

1/3

INTRATTENERE il nostro pubblico con con sondaggi e interazioni personali, rispondere ai commenti.

1/3

INFORMARE con contenuti esterni ma in linea con i nostri temi (articoli di approfondimento, video e notizie di settore,contenuti generati da altri utenti)

Rimane utile avvalersi di mappe concettuali per trovare idee meno inflazionate, per creare link e rimandi in modo da arricchire il post con una piccola dose di crossmedialità.

-ADATTIAMO i contenuti ALLA PIATTAFORMA-

Non usare lo stesso testo per tutti i social, CAMBIAMO LE DIDASCALIE.

-SIAMO COSTANTI nella pubblicazione-

Gli orari per pubblicare i post dipendono molto dal target di riferimento, dalla sua ipotetica routine. Più generalmente siamo tutti sui social tra le 7:30 e le 9, prima di andare a lavoro; potremmo poi concederci sbirciatine di 5 minuti durante la pausa di metà mattino o di 15 minuti durante il pranzo quindi tra le 12 e le 13; aggiornamento dopo le 19. Se il tuo target è una mamma, hai più chance di trovarla collegata dopo le 22 che ha messo a letto i pargoli. Se punti agli autisti di tram dovrai conoscere gli orari delle loro turnazioni. E così via, puoi essere più generalista con gli orari o dettagliato se vuoi colpire un cliente ben definito.

Per oggi mettiamo il punto a questo articolo.

Educazione all’immagine

Prima era l’ora di ARTE, storia e tecniche. Oggi è CONDURRE FUORI DAL BAMBINO LA SUA CAPACITà DI DARE UN SIGNIFICATO ALL’IMMAGINE che ha di fronte; così capire come apprende e permettergli di esprimersi attraverso la creatività. Quindi esercitare tale potenziale creativo, facendogli conoscere gli strumenti, le modalità e chi prima di lui ha messo se stesso in un’opera d’arte.

Il concetto di IMMAGINE comprende quello di arte e si completa poi di tante altre espressioni visive: pubblicità, editoria, albi illustrati, segnaletica, iconografia, doodle, infografiche, etc. Sappiamo che oggi ricorriamo alle immagini per sintetizzare concetti e tempistiche più di ieri. Sappiamo poi che l’arte attuale si compone di installazioni e performance, che non hanno a che fare coi pennelli e le tempere bensì con le idee.

Diciamo anche che per noi l’arte ha un significato tradizionale di eccellenza pratica, così come l’artista è qualcuno che possiede un talento non alla portata di tutti.

Eppure tutto il visivo che ci circonda ha come obiettivo quello di comunicarci qualcosa, non solo l’arte. Ecco perché ormai la nostra scuola, che è molto più psicologica e attenta alle sfumature di quanto lo fosse ieri, ha nel suo programma EDUCAZIONE ALL’IMMAGINE e non arte. Nonostante la rilevanza crescente dell’imago nel nostro presente, questa disciplina continua ad avere poco spazio nell’orario settimanale: un’ora alla primaria ad esempio. Beh, è pur vero che si fanno disegni con molta frequenza durante le altre ore di lezione… ma ovviamente non è quello educazione all’immagine.

L’obiettivo di questa disciplina è sviluppare le capacità logico-cognitive dei ragazzi, la loro coscienza critica e interpretativa per poter usare le immagini nella loro valenza obiettiva e/o più emotiva. Supportarli nello sviluppo della loro personalità perché si chiede loro di comunicare se stessi, comprendere e accettare le idee degli altri e, così, migliorare la loro EMPATIA, concetto centrale nella scuola delineata dalla Comunità Europea (le otto competenze chiave del 2006).

Certo, l’esercizio creativo migliorerà anche il loro gusto estetico e la loro manualità.

L’ora di educazione all’immagine è un laboratorio sul colore, sullo spazio, sulle forme, sulla materia, sulla luce e sul movimento.

Tutto il preambolo per dirvi che ho iniziato! Quest’anno ho scelto una scuola a due km da casa e un orario di lavoro ridimensionato.

Unirò la docenza alla comunicazione, percorrerò il doppio binario… yeah

Una settimana decisiva

Questo mercoledì è fatidico. L’ansia mi gira intorno come una zanzara che un po’ mi lascia tranquilla e poi PIC, mi punge e mi assale il prurito. Il problema è la maternità: conciliare se stesse e la voglia di far star bene i bimbi.

Ho pochi giorni per ultimare MR BIMBO E IL GRAFICETTARIO, prima che il mio lavoro si assesti su nuovi orari e necessità. Devo farcela!

Vi spiego il progetto nato l’anno scorso in questo stesso periodo; poi ho iniziato a fare la maestra e l’ho accantonato. Ma IO CI CREDO: sarà un libricino 21x21cm, con pagine di interazione e una decina di ricette illustrate, una narrazione semplice in prima persona, medaglie da ritagliare e appiccicare e una sorpresa, che come l’ingrediente segreto, non voglio svelare!

★SARà UN OTTIMO REGALO PER NATALE★

Vi mostro una bozza della copertina:

Ok, l’ho fatto io e ogni scarrafone…

ma giuro che imparare a usarlo è semplice e continuare a usarlo veloce!

Non penso di essere l’unica a ritornare a leggere il testo della ricetta o rivederne il video più e più volte durante la preparazione. Invece, col Graficettario, la ricetta è tutta lì, IN UNA PAGINA, non ti mette soggezione con foto di risultati impeccabili, non devi usare l’indice infarinato per voltare pagina o zoomare. Poi, diciamoci la verità, NONOSTANTE LE PICTURES STEP-BY-STEP, tante ricette a me non escono a prima botta, che sia solo nell’aspetto o in toto.

Perché non dedicare un Graficettario solo ai bambini, vi starete chiedendo.☻ Lo sto facendo, aggiungendo un pizzico di interattività per loro che amano lasciare la propria firma un po’ ovunque.

Il packaging è in fase di definizione, vorrei optare per della carta riciclata, un cordino e una grande label. Soprattutto vorrei inserire all’interno una sorpresa!

Cosa ne pensate?

I social media sono imprescindibili,

perché significa per il tuo brand o prodotto essere inseriti nel flusso delle comunicazioni giornaliere dei tuoi possibili clienti. Dalla chiacchierata al bar a quella su Facebook, con la differenza della frequenza e della velocità, oltre che della modalità (in presenza la prima, a distanza la seconda). Sui social non esiste jet leg, non ci sono boundaries e puoi intrufolarti nelle conversazioni, pubbliche, di ogni persona del mondo. Radio, telefono e televisione hanno reso possibile nello scorso secolo il fiorire della TELECOMUNICAZIONE (dove tele sta per lontano e dove c’è la massa).

Studiosi contemporanei fanno notare come il cambiamento nella modalità comunicazione corrisponda allo sviluppo culturale, sociale ed economico dell’umanità (cfr. Abruzzese, Mancini, 2007).

Volete convincervi del potere dei social media oggi? Quelli di Hootsuite, un tool per fare social media marketing, redaggono annualmente un report sulla situazione digitale nel mondo e nel dettaglio per ogni nazione. Dal report del 2020 è emerso, ad esempio, che il 73% dei dati viene condiviso tramite smartphone, il 4% via tablet e pc;

che in Italia ci sono 60 milioni di residenti, 80 milioni di smartphone, 50 milioni di utenti connessi, dei quali 35 milioni attivi sui social, che spendono circa sei ore al giorno su internet.

Comunicazione visiva

è tutto ciò che arriva a noi attraverso un segno grafico. Che non sia testuale.

è stato calcolato che le esperienze visive sono 3-4 volte più efficaci di quelle uditive e che quelle audiovisive sono 2 volte più efficaci di quelle esclusivamente visive. (A. Oliverio). In quanto uomini disponiamo di una massiccia memoria iconica, da bambini soprattutto ( solo dopo i 7 anni di età siamo in grado di usare più o meno allo stesso modo immagini e testo, codice visivo e codice verbale). La visione è il senso che sviluppiamo maggiormente e diverse aree del cervello sono deputate all’elaborazione degli stimoli visivi a partire dal talamo e dalla corteccia striata. Nella vista il cervello mette insieme una serie di immagini dello stesso oggetto “scattate” una dietro l’altra dalla retina, permettendoci di vedere l’oggetto e anche di ‘anticiparci’ come lo vedremo negli istanti successivi (da larepubblica.it).

Scintificismi a parte, l’immagine viene percepita in maniera più istantanea e, a questa fase che è prettamente sensoriale, segue alla stessa maggiore velocità, quella di significazione.

Ora, comunicare attraverso l’illustrazione, il segno grafico e le foto velocizza il messaggio; completa il testo e lo fornisce di un potere iconico attraverso il quale possiamo immagazzinare quei dati e poi reperirli con più facilità. Questo in basso ne è l’esempio: una delle pagine del maxi pdf visivo che sto realizzando per sintetizzare il materiale di studio per il concorso docenti.

    Pensiamo sempre, poi, che la nostra contemporaneità è immersa nelle immagini, per cui siamo sempre più allenati a percepirle e recepirle. Il testo è più faticoso, ha durata maggiore. Tutti noi, solitamente, quando siamo di fronte a un testo regolativo ad esempio, cerchiamo una scorciatoia visiva che ci faccia arrivare prima al significato. Pensiamo alle istruzioni dei mobili Ikea: immaginate al posto dei disegnini che mostrano le istruzioni per il montaggio in quattr’e quattr’otto, dei lunghi testi dal carattere piccolo, rinuncereste all’acquisto. O prendete il giornale per amanti del cucito Burda: io sto lì mezz’ora a leggere e rileggere l’operazione da fare ma tra tecnicismi e grigiume delle pagine mi passa la voglia di imparare. Oppure le ricette video: ma quanto semplificano ogni tipo di preparazione?

    Insomma puntare sulle immagine per farsi capire e seguire da quante più persone. Prima il visivo, che cattura, poi il testuale, che appassiona.

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