Facciamo insieme. Imparare con il cooperative learning dalla primaria.

«I fiocchi di neve, presi singolarmente sono piccoli e fragili, ma uniti tra loro possono fare cose incredibili.»

A partire dagli anni ‘80 ha rappresentato una rivoluzione nella didattica tradizionale, quella frontale e lockiana che voleva riempire le tabulae rasae degli alunni con le informazioni distribuite dal docente; attualmente il cooperative learning sembra essere uno strumento pedagogico indispensabile perché sono mutate le variabili in relazione:  il contesto, la classe, i bambini, la loro psicologia, le attenzioni dei genitori e delle istituzioni ai loro disturbi, connessi anche al cambiamento degli adulti intorno. Oggi col gruppo classe di ogni ordine e grado non si può più elargire solamente la spiegazione orale, con la lettura del testo e un paio di esercizi abbinati; risulta necessario usare metodi diversificati e passare dall’apprendimento passivo, all’attivo e al cooperativo con flessibilità ma soprattutto strutturazione. I diversi metodi sono complementari e corrispondono alla frenesia di vita che tutti sperimentiamo. Lungi dall’essere il banale lavoro di gruppo con cui viene spesso impropriamente scambiato, il cooperative learning ha regole e fasi da seguire improrogabilmente e alla sua base c’è un docente qualificato in merito, che assume consapevolmente il ruolo di facilitatore, conduttore e valutatore non solo della performance disciplinare ma soprattutto delle competenze sociali messe in atto. Forse questo è il punto in comune con la scuola classica, quella di sempre, che ripete ai suoi alunni quanto la condotta influenzi la votazione. Nel CL senza il giusto comportamento, tanto individuale quanto collettivo, non si può lavorare; dalle dinamiche relazionali dipende il prodotto finale e le competenze sociali individuali sono ciò che permettono di lavorare in interdipendenza positiva, con la consapevolezza che l’obiettivo comune è raggiungibile tramite il contributo significativo, rispettato e necessario di ognuno.

Bisognerebbe introdurre il metodo collaborativo all’inizio del percorso scolastico, farne un leitmotiv della didattica, quindi avere un docente fisso con cui mantenere un rapporto di fiducia. L’insegnante come la propria famiglia: il bambino dovrebbe essere rassicurato che in classe si impara in quel modo, si struttura la giornata secondo quelle regole e abitudini, quei sorrisi e quegli sguardi che, come con la mamma e il papà, il bambino diventa in grado di leggere e interpretare senza arrivare alle urla di emergenza. In classe ci sono tre elementi ogni giorno a interagire: l’insegnante, gli alunni e il Sapere.

Proprio per avvicinare il bambino alla volontà autonoma di sapere dagli anni ‘70 i ricercatori Johnson&Johnson, e con valide teorie prima di loro John Dewey, Kurt Lewin e Morton Deutsch, hanno elaborato il metodo del Collaborative Learning. Sin dai 6 anni, i bambini possono essere esposti a questo modo di lavorare che deve essere ben strutturato e spiegato prima di iniziare; gli alunni devono capire che non ci sarà successo individuale senza successo collettivo, che i ruoli devono essere definiti prima di iniziare, che all’interno del gruppo ogni partecipante ha una funzione assegnata tenendo conto delle abilità di ognuno. I ruoli possibili sono cinque o sei; il numero ideale di allievi per gruppo è quattro.

Orientato al compito è chi deve progettare il piano di lavoro, sollecitare il gruppo a decidere bene e nel minor tempo, ricordare a tutti che l’obiettivo è raggiungere il miglior risultato possibile. Orientato al gruppo è colui che si preoccupa che tutti partecipino in egual misura, che gestisce eventuali conflitti e fa comunicare le parti. Memoria è il ruolo di chi mette per iscritto i risultati raggiunti e ricorda costantemente le decisioni condivise da tutti. Relatore è chi stende la versione finale dei risultati raggiunti e la espone a tutta la classe nella fase conclusiva del lavoro. Osservatore è il controllore che si accerta che ognuno svolga il proprio lavoro, secondo una griglia predisposta dall’insegnante. Prima di iniziare ogni alunno dovrà avere un cartellino con il proprio ruolo evidenziato.

Per i bambini delle prime classi della primaria, il CL è per lo più ludico. L’apprendimento del fare attraverso il gioco è per i piccoli molto efficace: giocando vivono la loro socialità. I ragazzi con poche relazioni sociali hanno maggiori probabilità di vivere disordini psicologici anche in età adulta; “il benessere personale  e il successo dei ragazzi è inesplicabilmente legato alla loro accettazione da parte dei compagni.” (Peterson, Giannoni, 1992)


Per passare dal ludico al didattico, l’insegnante può usare il CL Informale, cioè far lavorare i bambini a partire dalla classe terza a coppie, e proporre attività che non puntino sulla competitività. Le coppie devono essere casuali e cambiare spesso; non devono essere “di livello”  (uno studente che reputa più preparato viene abbinato ad uno studente con difficoltà) per non comprometterne l’autostima.


Un esempio di CL per bambini di terza può essere la creazione di fiabe con la tecnica Jigsaw. I Fase: si formano i gruppi da 3 fino a 6 bambini e l’insegnante illustra le modalità di lavoro, assegnando a ogni membro un compito individuale (caratterizzare i due protagonisti, l’antagonista e l’aiutante magico, poi l’ambiente naturale esterno e un ambiente interno, ad esempio). Ogni gruppo ha una storia da inventare e ogni membro sarà responsabile dello sviluppo del proprio soggetto/oggetto, quindi delle sue azioni all’interno della trama che così prende forma. II Fase: gli “Esperti” sul protagonista si radunano per confrontarsi sui propri caratteri, definendoli nella fisicità, nei tratti caratteriali, nel trascorso biografico e nel momento contingente; gli altri esperti potrebbero far emergere delle criticità e aiutarsi a vicenda nel dettagliare meglio ognuno il proprio personaggio. III Fase: si ricostituiscono i gruppi e ogni membro legge il testo autoprodotto; insieme creano la mappa della fiaba ( inizio, sviluppo, conclusione). IV Fase: il gruppo assegna il titolo alla fiaba e verbalizzano la sequenze della storia, inserendo ognuno la propria descrizione, eliminando gli elementi ripetitivi o superflui, dando organicità al testo, coerenza e coesione logica e grammaticale. In quest’ultima fase l’insegnante potrebbe guidare gli alunni nella riflessione circa la logica delle loro storie. V Fase: lettura delle fiabe e assegnazione di un voto individuale e di gruppo.


Con una classe quinta si può usare la stessa tecnica Jigsaw per la geografia. Il docente sceglie un argomento autonomo, svincolato da pre-nozioni, come può essere una regione geografica. Suddivide il tema in quattro parti, quali l’economia, il territorio, la cultura, i confini, e decide di concedere da 60 a 90 minuti per l’attività collaborativa. Il docente forma poi i gruppi da quattro membri, in modo che siano eterogenei e anche casuali. Ogni gruppo lavorerà sulla stessa regione geografica ma ogni membro ha la sua parte d’argomento da approcciare ed esaminare a partire dai materiali messi a disposizione dall’insegnante. Quindi ogni membro diventa un “esperto” di quella sottocategoria per quella tematica. In una seconda fase gli “esperti” si riuniscono per verificare di aver ben colto gli elementi essenziali, i punti critici dell’argomento e potrebbero preparare una presentazione cartacea per spiegare il proprio argomento ai compagni. In una terza fase infatti, ogni esperto rientra nel suo gruppo di appartenenza per spiegare la sua parte agli altri, che solo così hanno accesso a quelle informazioni, quindi hanno la responsabilità di essere efficaci.

Assumere il cooperative learning come modello didattico, anche solo per poche ore alla settimana, significa riconoscere agli alunni intelligenza e capacità critica sufficiente per manipolare e creare i concetti, non solo apprenderli passivamente.

Assumere il cooperative learning come modello didattico, anche solo per poche ore alla settimana, significa riconoscere agli alunni intelligenza e capacità critica sufficiente per manipolare e creare i concetti, non solo apprenderli passivamente.

«Se vuoi costruire una nave non distribuire compiti, non organizzare lavoro. Prima risveglia invece negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro.» (Antoine de Saint-Exupery, 1940)

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