Illustrare un racconto in 5^ e altri materiali free

Sto sistemando file e cartelle del mio pc. Sono incappata nel materiale che ho creato per la prima classe in cui sono stata, una 5A di Torino Sud, DIVERSO MATERIALE, perché fu l’anno del Covid, della digitalizzazione dell’insegnamento, dei corsi di alfabetizzazione informatica, degli interrogativi sulla fattibilità e l’efficacia della Dad. I miei furono mesi di sovraccarico pratico e emotivo: preparare video lezioni, ppt, schede, poi intrattenere i piccoletti a casa con lavoretti e percorsi di psicomotricità tra cameretta e cucina, nel primo pomeriggio lezione online in diretta con mia figlia di due anni in braccio oppure in giro per casa a lasciare su tappeti e materassi pipì innocenti e improvvise, visto che sua madre aveva avuto la brillante idea di spannolinare esattamente in quei mesi di lockdown…

CHE FATICA.

Son passati buoni buoni cinque anni e venti stagioni.

Carico per voi, in free download, un pdf con il racconto di Cappuccetto Rosso già frazionato in paragrafi e con gli spazi vuoti per le illustrazioni: un classico conosciuto a memoria, che i bambini possono rielaborare attivamente in immagini. Dovranno quindi selezionare quale parte del testo rappresentare, con quale tecnica, se aggiungere dettagli che il testo non propone, personalizzando l’illustrazione, portare avanti lo stesso stile in tutte le tavole.

Ho scovato altro materiale di arte da lasciare sul sito alla mercé di chi ne abbisogna.
Di seguito trovate delle Gioconde semplificate e rivisitate, che io ho usato per approcciare alcune delle correnti artistiche del 1900. Potete scaricare anche un file a4 in cui ho inserito dodici primi piani della Monnalisa, da ritagliare e di cui inventare lo sfondo.

Alcune schede di inglese per 4/5^ elementare:

età dell’oro e della crisi

il compito dei pubblicitari è sempre stato quello di narrare la realtà in maniera verosimile, per essere CREDUTI.

TRUTH WELL TOLD
come diceva una nota agenzia pubblicitaria.

Per lo meno è stato così agli inizi della pubblicità- Ormai secondo una ricerca Kantar del 2017 il 49% dei consumatori in mercati saturi come quello italiano e statunitense ritiene che la pubblicità sia ormai irrilevante.

Nell’era della diffidenza, del cinismo, delle certezze perdute la comunicazione vive solo nel coraggio (Rondinelli e Bresciani, Nice to Brand you). Coraggio di comunicare veramente per essere amato. Per raggiungere questa intimità ci vuole tempo: pezzetti di tempo rubati all’acquirente un po’ per volta. Con lo story branding.

Se parliamo di narrazioni, parliamo di emozioni, l’utente deve innamorarsi del racconto, bypassando il cervello razionale.

Colin Camerer economista comportamentale, padre della teoria dei 4 quadranti ci dice che i processi che sottintendono al nostro agire avvengono in maniera inconsapevole, sono cioè processi automatici effettivi

Nel 2016 il NYTimes ha riportato che il cittadino medio delle grandi città mondiali è esposto quotidianamente a circa 5000 stimoli pubblicitari, più del doppio di 30 anni fa durante gli esplosivi anni ’80. La conseguenza è che il tempo medio di attenzione è collassato da 30 minuti circa di 20 anni fa ai 12 minuti di oggi.
Ecco perchè al botteghino vincono i film d’azione , dei supereroi o horror, perchè l’attenzione è sollecitata con rumori, tagli, ritmi più accelerati.

Nel 1997 una pubblicità sviluppava il suo potenziale persuasivo dopo essere stata vista almeno 4 volte oggi occorre vederla 16 volte. Infatti quali sono le pubblicità che ricordiamo di più? Quante sono?

Per sviluppare al meglio la comunicazione di un brand possiamo rispondere a queste 13 domande, elaborate da Rondinelli e Bresciani in MPR.

Attualmente le storie dei brand sui social sono pari a serie televisive in evoluzione : ogni post è una nuova puntata di un plot generale che rispecchia i valori della marca. Questo perché la comunicazione sui social è quotidiana e il target stesso va a cercare il brand a casa sua, interagisce con lui e in questo modo fortifica la sua presenza, dal momento in cui le conversazioni sul brand sono spesso più seguite del resto.

La verità che i brand raccontano oggi sa anche essere dura e cinica (vedi la campagna delle Olimpiadi con M. Phelps o quella di Tiger Woods). Il vecchio perfezionismo della primordiale pubblicità cristallizza le esistenze e non è quello in cui la società crede più.

La gente crede nel viaggio continuo e nel divenire alla ricerca della felicità che renda la vita degna di essere vissuta.

Grom ha pubblicizzato un gelato imperfetto perché naturale, cioè vero: è la quota di imprecisione a rendere autentici.

Anche nelle nostre esperienze personali un pensiero senza sensazione che lo accompagni non ha valore, non lascia traccia.

Per cui possiamo sottoporre la nostra comunicazione a una serie di domande, 14 per l’esattezza, sempre redatte da Rondinelli e Bresciani.

Sono gli stessi clienti che preferiscono e accelerano l’uso del digitale e che hanno fatto nascere servizi prima che fossero pensati dai brand, ad esempio lo showrooming (provare un prodotto in negozio per poi acquistarlo online). Oggi non esiste più differenza tra pubblicità online e offline: il target non l’ha forse mai percepita. La soluzione ottimale è l’integrazione dei vari tipi di comunicazione.

L’agenzia di Google, the Zoo, ha identificato 3 punti chiave:

1_INFORMATION
2_ENTERTAINMENT
3_UTILITY

Esercizietto di scrittura creativa per le 4^

Descrivere per comprendere.

Chiedere ai bimbi di cercare in casa un oggetto per loro significativo, può essere qualcosa di vecchio, appartenuto a un nonno, il ciuccio dei primi mesi, la foto della mamma da piccola. Oppure si può chiedere loro di rovistare in uno di quei luoghi-CONTENITORE dove si accumulano robe varie, tipo il cassetto della cucina, la scatola sotto il letto, il mobiletto grigio. Può essere un oggetto già usato e quindi conosciuto, o qualcosa legata a un ricordo particolare.

A questo punto bisogna procurarsi un cellulare o un registratore digitale (supervisione di un genitore necessaria) e riprendere l’oggetto mentre lo si descrive oralmente: le interpunzioni e la parole scelte per parlare non sarebbero esattamente le stesse per una descrizione scritta, comunque più meditata.

si possono aggiungere in questa fase pezzi di narrazione, connettivi, aggettivi. Solo dopo l’osservazione attenta dell’oggetto e la sua descrizione testuale, si può disegnarlo.

Questo esercizio di scrittura e illustrazione è il punto di partenza per una storia di famiglia, ci saranno elementi autobiografici che grazie all’oggetto vengono a galla e che riguardano l’IO NARRANTE e probabilmente altri membri della famiglia.

La bellezza del testo autobiografico sta nel fatto che non è necessaria una visione oggettiva, attendibile, razionale; gli eventi non devono essere per forza ordinati cronologicamente. Sono concessi i salti e le omissioni che caratterizzano i ricordi.

Faccia da Picasso

Di quelle colorate, asimmetriche, bizzarre. Un lavoretto di arte in inglese per i bambini della primaria. Io l’ho fatto in una seconda, preparando prima il terreno con una breve presentazione (di cui ho smarrito il file) su Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno Maria de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz Picasso, in cui mostravo innanzitutto il pittore e poi spiegavo il cambiamento nello suo stile, la semplificazione che aveva cercato in tanti anni di studio per dipingere come un bambino.

Occorrente: foglio A4, un dado, colori, il mio file.

Modalità: si divide la classe in piccoli gruppi, solo per praticità e abbreviazione dei tempi. Si proietta il file alla lim. A turno un membro del gruppo tira il dado per decidere in base al numero uscito quale tipo di elemento (face, nose, mouth, hair, eyes, ears,) disegnare sul foglio.

Sicuramente ci sono altre modalità di proporre l’attività.

fare storytelling per il tuo brand

Raccontare una storia…

sembra facile. Ma non significa scrivere un racconto, formato post, e chiuderla lì. Neanche scrivere un racconto qualsiasi. Significa usare un copywriting eccellente per camuffare il fine promozionale e commerciale del racconto, di modo che abbia vita autonoma e indipendente dal marchio che lo ha prodotto.

…transmediale

Non lo leggi nel libro sul comodino ma dai dispositivi mobile (soprattutto) finanche su poster pubblicitari.

Perché per la sua parola d’ordine è migrazione. Dei fatti (contenuti) da un media all’altro, dal digitale all’analogico al cartaceo. Uno spot della Lego di qualche anno fa metteva in scena padre e figlio: “we are a team bound by blood, that share our resources, improves our talents and the things we build together live forever. Let’s build!” dice il piccoletto. Dopo lo spot, la norrazione prosegue sul sito web aziendale, dove c’è una sezione dedicata #LET’SBUILD!

significare costruire un ponte emotivo

con i consumatori, lo storytelling è una tipologia di marketing del CONTENUTO che ha come meta la costruzione di un rapporto di stretta fiducia tra utente e brand.

Un altro esempio. Nel 2018 è stato trasmesso lo spot DREAM CRAZY della Nike: la narrazione con voce fuoricampo termina con “Non chiederti se i tuoi sogni sono folli. Chiediti se lo sono abbastanza”. Di questo spot si è discusso in molte tv della Terra, perché è stato un affronto della multinazionale a Trump, dopo gli episodi di razzismo violento nei confronti degli afroamericani. I sostenitori del presidente hanno lanciato un hastag per boicottare il brand #NikeBoicott! Mesi dopo, tirando le somme, la Nike ha potuto dire che lo spot aveva significato un guadagno di 163 milioni di $, un incremento di 6 bilioni di $ in termini di BRAND VALUE, un aumento delle vendite del 31%.

fatto non solo di video.

può essere lo storytelling, seppur con un commercial di 30 secondi si possa riuscire a sintetizzare molto e dire tutto con impatto. La narrazione del brand può passare attraverso i vari social, assecondando il potere di ognuno: INSTAGRAM➧IMMAGINI; TWITTER➧BREVI TESTI; FACEBOOK➧TESTO+IMMAGINE; PINTEREST➧IMMAGINI.

AirBnB ha puntato su instagram e su post molto personali: non una rassegna dei posti più belli al mondo in cui pernottare ma proprio quella casa Lì.

Il pubblico attuale ignora il marketing tradizionale e si fa appassionare dalle storie.

Il brand storytelling ultimamente è molto utilizzato dai grandi nomi del mercato anche per via della crisi economica che ha reso il consumatore molto più oculato coi suoi acquisti e preferisce scegliere, a parità di prezzo, il prodotto che gli dà dei contenuti emozionanti e informazioni “personali” (la storia dell’impresa ad esempio). Per offrire questi contenuti di senso al pubblico le aziende si stanno trasformando in media company: creano periodicamente contenuti editoriali originali, di informazione o intrattenimento.

Brevissima guida ai SOCIAL CONTENT

ovvero i CONTENUTI DESTINATI AI SOCIAL oggi utilizzati dall’80% degli utenti.

Si tratta di seguire una pubblicazione cadenzata di contenuti diversificati, per informare/pubblicizzare/fidelizzare gli utenti ed essere continuamente visibili. VISIBILI AGLI ALTRI per muoverli all’AZIONE (scopri, visita, approfitta, segui…).

L’atteggiamento giusto di fronte a un post da scrivere segue queste regole:

1

ricordarsi di scrivere per un destinatario con bisogni di conoscenza, non necessariamente sete di narrativa o filosofia sul vivere, ma anche di dettagli fisici o pratici sul tuo prodotto. Utenti con interessi e aspettative: se proponi loro un’azione a cui seguirà una ricompensa (call to action) non puoi disattendere tale promessa. Quindi se prometti uno sconto in seguito all’iscrizione alla tua newsletter, non puoi non inviare questo sconto.

2

trovare il giusto tone of voice per stabilire la relazione con gli utenti dei social che cercano ispirazione, vicinanza attraverso la condivisione di passioni e obiettivi e che, in fin dei conti, dobbiamo PERSUADERE. Puntare de facto dai reali clienti, le buyer personas che hai profilato dalle vendite effettuate.

3

recidere il superfluo: avete presente la velocità con cui scrolliamo le pagine? Le prime dieci parole sono determinanti e il resto del testo, semmai venga aperto, deve essere sintetico e denso. Instagram e Facebook non sono dei BLOG, NO-LONG-FORM; perchè lì gli utenti si aspettano di trovare delle risposte entro i primi dieci secondi.

4

dosare i verbi nella forma passiva che accentuano ciò che ci sta intorno (“siamo stati premiati con una medaglia x”); meglio ricorrere, a volte, alla forma attiva (“abbiamo vinto la medaglia x”). E non usare parole ambigue: l’utente non dedica tutto questo tempo a decifrare il messaggio.

5

scrivere articoli appassionanti per l’utente che, oltre a guardare-chi-fa-cosa tra i suoi amici, cerca, anche inconsciamente, risposte alla domanda: c’è qualcosa di utile per me? Ognuno di noi cerca di inquadrarsi, anche non esplicitamente, in un modello (l’intellettuale, l’anticonformista, il fashion-addicted, il naturalista…) e per fare comunità bisogna scandire le ‘regole’ di appartenenza a quel gruppo sociale. Infine, serve sottolineare l’appartenenza alla community

6

accompagnare SEMPRE l’articolo con un’IMMAGINE. Secondo le statistiche hanno ben il 104% in più di commenti e condivisioni rispetto a post di solo testo. Ovviamente immagini originali (non blasonate). E rendere iconico il testo con gli emoji, usate con intelligenza 🙂

7

scandire le pubblicazioni in un piano editoriale (di cui parlo meglio qui) che sarò io a redigere dopo aver ricevuto le tue risposte a queste domande:

  • Quali sono le caratteristiche dei prodotti o servizi che offri?
  • A quale pubblico ti rivolgi?
  • Quali sono i punti di forza e di debolezza della tua azienda?
  • Chi sono i tuoi competitor? In cosa differiscono da te?
  • Qual è il tuo valore aggiunto?

Il social media marketing è la forma digitale della comunicazione pubblicitaria che nasce dall’associazione complementare di TESTO e IMMAGINE, COPY+ART. Il copy è davvero breve e intenso quando l’obiettivo è muovere l’utente all’AZIONE (“Scopri”); quando invece si punta all’ENGAGEMENT, ci si può concedere testi più lunghi, dallo stile narrativo per fare storytelling. Un trend recente è l’utilizzo degli UGC (user generated content) per creare post promozionali. Per coinvolgere le nuove generazioni che hanno scarsa “pazienza cognitiva”, come definita dall’esperto Alfonso Cannavacciuolo, e si lasciano attrarre solo dai contenuti visivi, FACILITARE LE LEGGIBILITà.

Ieri era nuvolo, oggi c’è il sole

Ogni giorno porta con sé i suoi umori. Inizia che tutto fila liscio, non sei neanche in ritardo o di fretta, non dimentichi nulla e ti senti bene, poi una parola sbagliata o una figuraccia ti annebbiano e qualche dubbio su di te ti ritorna in mente. La giornata prosegue anche nel migliore dei modi, con la stessa fluidità con cui è cominciata, ma quelle due cose che hanno turbato il tuo equilibrio interiore, non hanno raggiunto il delta del mare.

L’indomani ti svegli un po’ così, hai dormito bene, ti senti grata, stai bene, esci in orario ma fai tardi comunque e quell’errore del giorno precedente c’è ancora nella tua mente. Organizzi la giornata e, solo a parole, anche l’agenda del mese. Una mail che aspettavi e temevi rimandasse di nuovo un inizio che devi affrontare con gioia e paura, arriva e non rimanda alcunché. Ogni piccolo inizio che ti sei operata a scatenare, può portare al successo o all’insuccesso. C’è chi non inizia nulla per non affrontare la disfatta. Chi non riesce a non provarci, teme più di tutto la disfatta ma ci prova. Molti di quelli che ci provano, se cadono poi si rialzano; altri rimangono a terra e decidono che non è destino, che sono nati sfortunati, che il mondo agevola sempre gli stessi. Il pessimismo o l’ottimismo si imparano in famiglia. Ci si influenza, ci si copia, ci si prende a modello.

Quelli che si rialzano, si danno la possibilità di partecipare ad altri concorsi della vita. Soprattutto danno al sogno e alla speranza il posto che si meritano.

La resilienza è un sentimento divenuto famoso. Siamo resilienti.

Insomma la vera notizia del post è un’altra.

Il Graficettario di Mr Bimbo è disponibile negli store Amazon. Forse non proprio in questo momento ma nelle prossime 72 ore si. C’è.

Spero davvero che mi porterà dei piccoli risultati. Ovvio che non arriveranno dal cielo, come molti pensano.

Buona giornata a tutti!

Mr Bimbo e il Graficettario

IS ON SALE

📎Non è come tutti gli altri libri di cucina.

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AVETE DEI DUBBI? Scaricate il pdf dei macaron, ricetta collaudata in famiglia e molto easy, contrariamente a quanto si possa pensare.

Stampate, pinzate e datela direttamente ai vostri bambini!

Arte e geometria, un piccolo lavoro per le classi prime.

Tornata da scuola oggi, fresca della lezione di matematica della maestra che ho accompagnato, ho usato i miei mezzi per produrre del materiale da usare con i bimbi di prima e vorrei metterli a disposizione di altri.

L’olandese Piet Mondrian non ha soltanto un nome altisonante negli ambienti dell’arte, del design e anche della cucina (visto che ci possiamo fare ispirare dal suo plasticismo per creare delicati pandispagna geometrici e colorati) ma è anche un ottimo punto di partenza per studiare la geometria in una maniera più pratica e contestuale.

La sua “Composizione con rosso giallo e blu” del 1929 ricavata in una tela quadrata di 52 x 51,5 cm, è frutto di una ricerca di universalità nelle linee e nei colori e la texture creata potrebbe continuare all’infinito al di fuori del quadro. Il pittore ha scelto i colori primari per significare col rosso il legame tra spazio e luce, il giallo la purezza dell’energia solare, il blu la spiritualità.

I bimbi dovranno ricomporre il dipinto come un puzzle, dopo aver prima ritagliato e poi colorato i pezzi riconoscendo i quadrilateri rossi/blu/gialli in base alle loro dimensioni.

Giocare con l’arte, entrare nell’arte e fare arte.

Ecco i materiali da scaricare:

Parole e immagini

Ora ne siamo più convinti di ieri, di quanto siano utili le immagini per l’apprendimento, le icone affianco al testo, le mappe concettuali per schematizzare, la frammentazione dei lunghi discorsi con contenuti visivi che stimolino e completino la riflessione.

Ora che le immagini ci pervadono anche in negativo, esse stesse ci salvano dall’eccesso di spunti. Quando scrivo della loro negatività mi riferisco forse di più a quelle della tv generalista, dei programmi quotidiani in cui spesso non c’è un modello comportamentale da cui attingere. Cioè non siamo più di fronte alla tv degli albori, che intimoriva il politico delle prime Tribune, che insegnava a leggere e scrivere al popolo purtroppo analfabeta del dopoguerra, della fascia pubblicitaria di Carosello che era il momento di svago di molti bambini. C’è tanta cultura oggi in tv come tanta bassezza appositamente messa in scena per palesarci ogni aspetto caratteriale dell’uomo moderno, come nei litigi stupidi ma coloriti di Uomini e Donne, mentre Maria ride sotto i baffi consapevole del gioco che sta muovendo senza tanta fatica.

Il punto è che le tv deve mostrare contenuti senza sosta e non può offrire solo roba di spessore, perché tutti sentiamo il bisogno di una pausa dopo aver studiato un’ora intensamente.

Abbiamo generato YouTube in quanto user e dal 2005 ci riforniamo anche da lì, e ci troviamo l’alto e il basso.

Il vero punto è questo: non siamo legati al tempo per guardare cose. Non ci sono più i cartoni su Italia Uno alle quattro del pomeriggio. Si sono moltiplicati, hanno messo al bando l’esclusiva delle puntate nuove, hanno messo su un canale proprio, poi 2-3-4, hanno ormai una loro tv a pagamento.

Siamo nell’era del non-appuntamento, col cartone, col film, con la fiction.

Viviamo nel quŏtĭescumquĕ. Ho cercato questo latinismo in questo stesso istante: penso, apro il browser, cerco, ctrl+c, ctrl+v, definisco il pensiero. Vogliamo e in qualsiasi momento abbiamo. Ci stiamo disabituando all’attesa, o forse lo siamo già, alle cose sulla punta della lingua.

E quindi stiamo cambiando anche fisiologicamente.

A scuola si mette nella lista dei casi particolari il bambino che tra quindici anni sarà forse la regola. Perché i disturbi dell’attenzione che portano alla redazione di piani di studio personalizzati, non derivano da alterazioni nel cervelletto o robe simili come si era ipotizzato inizialmente (si inizia a parlare di adhd negli anni ’80 negli Stati Uniti), ma dall’ambiente, dal ritmo di vita, dagli impegni che affannano, dalla velocità, dal rapporto in famiglia. In alcuni casi sono legati a vere patologie come l’ipoacusia.

Se questi sono i sintomi – l’incapacità di prestare attenzione ai dettagli e di aspettare il proprio turno, l’irrequietezza, la difficoltà a restare seduti e prestare attenzione, un comportamento impulsivo e vivace e molto fisico, la logorrea – è perché c’è troppo intorno.

Come quando mi sveglio alle 3 del mattino, ad esempio oggi, per via di un sonno leggero che termina la sua prima fase, di qualcuno che russa rumorosamente, della necessità di bere e, bom, i pensieri si accavallano, l’uno sopra l’altro, tutti ugualmente intensi e importanti e ridondanti. L’ansia mi tiene all’erta, mi rende più attiva, più solerte, a tratti più nervosa.

Per trarre informazioni dal TROPPO INTORNO molti nostri bimbi fanno fatica e hanno bisogno di espedienti speciali, sottoscritti. Ce ne sono in media due per classe almeno, attualmente.

Pe loro bisogna 1– Scandire bene le fasi della giornata che ci si appresta a svolgere. e il tempo per ognuna

2– Utilizzare immagini chiave e grafici durante le spiegazioni.

3- Preparare prove a risposte multiple e non aperte, da svolgere in minor tempo.

4- Fare pause più frequenti.

5- Apprezzare il lavoro svolto, fare complimenti

Tante proposte sono valide per tutti i bambini: a chi non farebbe piacere un complimento? Chi non gioverebbe di una articolazione migliore dell’argomento con mappe concettuali e icone?

Secondo una ricerca americana pubblicata sulla rivista Pediatrics, svolta su 2500 bambini 0-6 anni, sono le ore trascorse quotidianamente dai bambini di fronte alla tv a influire significativamente sullo sviluppo di disordini dell’attenzione e iperattività. Contenuti a parte, è proprio la velocità delle immagini, i FPS, gli stacchi continui, l’accelerazione visiva della pubblicità, ad alterare il cervello. Non soltanto tv ovviamente: cellulare, tablet, pc, videogame. Ci basiamo sempre più sul nesso primitivo stimolo-risposta.

Insomma troppe parole e immagini intorno a noi. Eppure una selezione di parole e immagini complementari per capire il mondo stesso.

“Ogni parola che proferiamo va scelta con cura, perché il prossimo la udrà e ne sarà influenzato, nel bene o nel male” Buddha

non c’entra niente ma contiene informazioni utili

Assorbilatte di giorno, cuffietta di notte: le due facce del dopo gravidanza. (una riflessione scritta di qualche anno fa)

A mia insaputa e totale sorpresa, i miei capelli in gravidanza erano tanti, lucenti e  fluttuanti. 

Io sono una liscia naturale e li ho sempre trattati con questo riguardo: al terzo giorno dopo il  lavaggio scatta la coda di cavallo e le radici grasse fanno un bell’effetto gel. 

Durante i nove mesi di pancione invece la detersione dello shampoo durava fino a sei  strabilianti giorni, permettendomi di abbandonare del tutto gli elastici nella loro ciotolina fino al lavaggio successivo. Un risvolto inaspettato della gestazione, come i vestiti aderenti senza dover trattenere fiato e addominali. 

Nessuno me lo aveva anticipato e mi sono alquanto preoccupata quando, dopo l’arrivo del  pargoletto, altrettanto inaspettatamente è iniziato il declino del mio cuoio capelluto: a un  paio di mesi dal parto, a ogni pettinata, a ogni lavaggio e a ogni dormita notturna seguiva una perdita allarmante di capelli. 

Che ciò fosse dovuto all’allattamento esclusivo? Eccesso di produzione lattifera e quindi necessaria carenza di altro per mantenere il corpo in una sorta di equilibrio fisico-statico-osmotico? 

Di giorno mi rifornivo di coppette assorbilatte per limitare il numero di maglie con aloni sul petto, di notte indossavo una invisibile cuffietta nera da parrucca per limitare lo spargimento di capelli.  

Eppure il latte non c’entrava niente. 

Il perchè della caduta dei capelli post-partum è infatti da ricercare nella produzione  ormonale delle donne. Gli estrogeni sono ormoni decisamente femminili, quelli che ci  sottopongono a sbalzi d’umore pazzerelli, a mani e piedi freezy e alle liste delle cose da fare o da dire durante i momenti di insonnia notturna. 

Tali estrogeni aumentano in maniera esponenziale durante la gestazione e diminuiscono  drasticamente dopo il parto.

E non soltanto decidono dove andrà a posizionarsi il tuo  grasso, se sui fianchi o nell’interno coscia, o in base a una combinazione assurda, ma, durante la gravidanza, aiutano i capelli a crescere per un periodo più lungo e a posticipare il momento della caduta a data da destinarsi.  

Non tutti i tuoi 100.000 capelli castani, ma una buona parte.  

In realtà, una data di destinazione c’è. A due mesi dal parto, non soltanto ero ancora gonfia e grassa, stanca e instabile, ma con anche una chioma deprimente fatta di capelli smunti, accasciati e tristi.  

Questo fenomeno leggermente angusto va sotto il nome scientifico di effluvium post-partum e  in media dura fino a 24 settimane. Tutti quei belli capelli che si erano rifiutati di cadere in gestazione grazie agli estrogeni, POUF, se ne vanno, cadono, abbandonano il campo,  privati di quegli ormoni fortificanti.

Si perdono dai 100 ai 300 capelli al giorno, tanti, lo sa  la scopa e lo sa l’aspirapolvere, lo sai tu che li trovi ovunque, e forse anche il gatto che al  posto di palle di pelo vomita intere parrucche. 

Molte donne non vivono questo fenomeno, altre lo hanno sperimentato col primo figlio e non con il secondo. Il primo pargoletto è uno sconvolgimento totale, un’emozione tanto forte da somatizzare in qualche modo. Un effluvium importante può essere connesso ad anemia, a problemi di tiroide e a dimagrimento. 

Comunque è, nella norma, un evento passeggero che si risolve da sé ma che possiamo  facilitare attuando sette mosse segrete: 

mangiare sano, come al solito, tanta frutta e verdura, e fare degli stipi della cucina luoghi  ordinati e salubri, magari installando degli utilissimi chocolate&sugar detector

– introdurre nello stomaco tanto ferro, calcio e zinco

– non abbandonare la regola dei 2 litri di acqua diurni

massaggiare il cuoio capelluto, oltre alle cosce, durante lo shampoo a base di vitamina E  e B e, frequentemente ma non sempre, applicare un balsamo all’olio di Argan; 

annullare tutti gli appuntamenti dal parrucchiere: stop con lacca, gel, permanenti,  piastrate, code strette, arricciature e decolorazioni; 

– lasciare i capelli liberi di asciugare al sole e all’aria, tamponarli e non usare  l‘asciugamano come fosse carta vetrata

– bere té verde che contiene flavonoidi, e non soltanto il finocchio che incrementa la  produzione di latte. 

Il mio disappunto capelluto è durato quattro mesi e più, dopodiché mi sono riempita di  spuntoni terrificanti, capellini in crescita, sparati in aria e incontenibili. Segno che la fase anagen era iniziata per molti. 

E le cuffiette per parrucca sono sparite dalla circolazione, come le coppette assorbilatte. Sei mesi stravolgenti, la rivoluzione a cui segue la normalità.

Il progetto di arte:

un mix di competenze pregresse, delle abilità per applicare le nuove conoscenze incontrate, di nozioni spot di tipo storico-culturale, intrecciati in un compito di realtà.


L’ho chiamato “La nostra Gam”. La Galleria d’Arte Moderna di Torino si sviluppa su tre piani e ognuno è dedicato a un circa secolo di arte a partire dalla metà del 1700, quindi si entra cautamente nell’arte contemporanea attraverso il tempo. Allo stesso modo la nostra piccola galleria scolastica, ancora in allestimento, è un viaggio dal realismo alla modernità.

Siamo partiti da una presentazione che potete prendere qui

E abbiamo preso la Gioconda come modella da vestire nello stile impressionista, cubista, astratto… Lisa de Gherardini perché è emblematica e famosa e per scongelarla dal suo 1500 e farle fare un viaggio nel tempo.

La nostra mostra si visita in senso orario dai dipinti naturalisti della serie “Frutta sul banco”, con cui i ragazzi di V° si sono cimentati nella riproduzione della luce e del suo cono d’ombra, e dal ritratto del Leone-così com’è al ritratto del Leone-così come lo vedo, in cui ci siamo fatti ispirare dallo studio picassiano sul Toro.

Poi si entra nell’arte moderna con una Gioconda impressionista e l’altra espressionista, una pop e l’altra cubista, per poi osservare creazioni astratte ispirate a temi preindicati dall’insegnante. Completerà il percorso la possibilità di diventare protagonisti della tela di Munch: realizzeremo lo sfondo del celebre dipinto senza il suo soggetto.

Quando la galleria sarà nella sua forma definitiva, allora ci soffermeremo sulla sua comunicazione: ogni alunno creerà un pieghevole per informare i compagni delle altre classi e invitarli a dare un’occhiata, e lo consegnerà personalmente al suo target 🙂

Ne parlerò ancora.

Facciamo insieme. Imparare con il cooperative learning dalla primaria.

«I fiocchi di neve, presi singolarmente sono piccoli e fragili, ma uniti tra loro possono fare cose incredibili.»

A partire dagli anni ‘80 ha rappresentato una rivoluzione nella didattica tradizionale, quella frontale e lockiana che voleva riempire le tabulae rasae degli alunni con le informazioni distribuite dal docente; attualmente il cooperative learning sembra essere uno strumento pedagogico indispensabile perché sono mutate le variabili in relazione:  il contesto, la classe, i bambini, la loro psicologia, le attenzioni dei genitori e delle istituzioni ai loro disturbi, connessi anche al cambiamento degli adulti intorno. Oggi col gruppo classe di ogni ordine e grado non si può più elargire solamente la spiegazione orale, con la lettura del testo e un paio di esercizi abbinati; risulta necessario usare metodi diversificati e passare dall’apprendimento passivo, all’attivo e al cooperativo con flessibilità ma soprattutto strutturazione. I diversi metodi sono complementari e corrispondono alla frenesia di vita che tutti sperimentiamo. Lungi dall’essere il banale lavoro di gruppo con cui viene spesso impropriamente scambiato, il cooperative learning ha regole e fasi da seguire improrogabilmente e alla sua base c’è un docente qualificato in merito, che assume consapevolmente il ruolo di facilitatore, conduttore e valutatore non solo della performance disciplinare ma soprattutto delle competenze sociali messe in atto. Forse questo è il punto in comune con la scuola classica, quella di sempre, che ripete ai suoi alunni quanto la condotta influenzi la votazione. Nel CL senza il giusto comportamento, tanto individuale quanto collettivo, non si può lavorare; dalle dinamiche relazionali dipende il prodotto finale e le competenze sociali individuali sono ciò che permettono di lavorare in interdipendenza positiva, con la consapevolezza che l’obiettivo comune è raggiungibile tramite il contributo significativo, rispettato e necessario di ognuno.

Bisognerebbe introdurre il metodo collaborativo all’inizio del percorso scolastico, farne un leitmotiv della didattica, quindi avere un docente fisso con cui mantenere un rapporto di fiducia. L’insegnante come la propria famiglia: il bambino dovrebbe essere rassicurato che in classe si impara in quel modo, si struttura la giornata secondo quelle regole e abitudini, quei sorrisi e quegli sguardi che, come con la mamma e il papà, il bambino diventa in grado di leggere e interpretare senza arrivare alle urla di emergenza. In classe ci sono tre elementi ogni giorno a interagire: l’insegnante, gli alunni e il Sapere.

Proprio per avvicinare il bambino alla volontà autonoma di sapere dagli anni ‘70 i ricercatori Johnson&Johnson, e con valide teorie prima di loro John Dewey, Kurt Lewin e Morton Deutsch, hanno elaborato il metodo del Collaborative Learning. Sin dai 6 anni, i bambini possono essere esposti a questo modo di lavorare che deve essere ben strutturato e spiegato prima di iniziare; gli alunni devono capire che non ci sarà successo individuale senza successo collettivo, che i ruoli devono essere definiti prima di iniziare, che all’interno del gruppo ogni partecipante ha una funzione assegnata tenendo conto delle abilità di ognuno. I ruoli possibili sono cinque o sei; il numero ideale di allievi per gruppo è quattro.

Orientato al compito è chi deve progettare il piano di lavoro, sollecitare il gruppo a decidere bene e nel minor tempo, ricordare a tutti che l’obiettivo è raggiungere il miglior risultato possibile. Orientato al gruppo è colui che si preoccupa che tutti partecipino in egual misura, che gestisce eventuali conflitti e fa comunicare le parti. Memoria è il ruolo di chi mette per iscritto i risultati raggiunti e ricorda costantemente le decisioni condivise da tutti. Relatore è chi stende la versione finale dei risultati raggiunti e la espone a tutta la classe nella fase conclusiva del lavoro. Osservatore è il controllore che si accerta che ognuno svolga il proprio lavoro, secondo una griglia predisposta dall’insegnante. Prima di iniziare ogni alunno dovrà avere un cartellino con il proprio ruolo evidenziato.

Per i bambini delle prime classi della primaria, il CL è per lo più ludico. L’apprendimento del fare attraverso il gioco è per i piccoli molto efficace: giocando vivono la loro socialità. I ragazzi con poche relazioni sociali hanno maggiori probabilità di vivere disordini psicologici anche in età adulta; “il benessere personale  e il successo dei ragazzi è inesplicabilmente legato alla loro accettazione da parte dei compagni.” (Peterson, Giannoni, 1992)


Per passare dal ludico al didattico, l’insegnante può usare il CL Informale, cioè far lavorare i bambini a partire dalla classe terza a coppie, e proporre attività che non puntino sulla competitività. Le coppie devono essere casuali e cambiare spesso; non devono essere “di livello”  (uno studente che reputa più preparato viene abbinato ad uno studente con difficoltà) per non comprometterne l’autostima.


Un esempio di CL per bambini di terza può essere la creazione di fiabe con la tecnica Jigsaw. I Fase: si formano i gruppi da 3 fino a 6 bambini e l’insegnante illustra le modalità di lavoro, assegnando a ogni membro un compito individuale (caratterizzare i due protagonisti, l’antagonista e l’aiutante magico, poi l’ambiente naturale esterno e un ambiente interno, ad esempio). Ogni gruppo ha una storia da inventare e ogni membro sarà responsabile dello sviluppo del proprio soggetto/oggetto, quindi delle sue azioni all’interno della trama che così prende forma. II Fase: gli “Esperti” sul protagonista si radunano per confrontarsi sui propri caratteri, definendoli nella fisicità, nei tratti caratteriali, nel trascorso biografico e nel momento contingente; gli altri esperti potrebbero far emergere delle criticità e aiutarsi a vicenda nel dettagliare meglio ognuno il proprio personaggio. III Fase: si ricostituiscono i gruppi e ogni membro legge il testo autoprodotto; insieme creano la mappa della fiaba ( inizio, sviluppo, conclusione). IV Fase: il gruppo assegna il titolo alla fiaba e verbalizzano la sequenze della storia, inserendo ognuno la propria descrizione, eliminando gli elementi ripetitivi o superflui, dando organicità al testo, coerenza e coesione logica e grammaticale. In quest’ultima fase l’insegnante potrebbe guidare gli alunni nella riflessione circa la logica delle loro storie. V Fase: lettura delle fiabe e assegnazione di un voto individuale e di gruppo.


Con una classe quinta si può usare la stessa tecnica Jigsaw per la geografia. Il docente sceglie un argomento autonomo, svincolato da pre-nozioni, come può essere una regione geografica. Suddivide il tema in quattro parti, quali l’economia, il territorio, la cultura, i confini, e decide di concedere da 60 a 90 minuti per l’attività collaborativa. Il docente forma poi i gruppi da quattro membri, in modo che siano eterogenei e anche casuali. Ogni gruppo lavorerà sulla stessa regione geografica ma ogni membro ha la sua parte d’argomento da approcciare ed esaminare a partire dai materiali messi a disposizione dall’insegnante. Quindi ogni membro diventa un “esperto” di quella sottocategoria per quella tematica. In una seconda fase gli “esperti” si riuniscono per verificare di aver ben colto gli elementi essenziali, i punti critici dell’argomento e potrebbero preparare una presentazione cartacea per spiegare il proprio argomento ai compagni. In una terza fase infatti, ogni esperto rientra nel suo gruppo di appartenenza per spiegare la sua parte agli altri, che solo così hanno accesso a quelle informazioni, quindi hanno la responsabilità di essere efficaci.

Assumere il cooperative learning come modello didattico, anche solo per poche ore alla settimana, significa riconoscere agli alunni intelligenza e capacità critica sufficiente per manipolare e creare i concetti, non solo apprenderli passivamente.

Assumere il cooperative learning come modello didattico, anche solo per poche ore alla settimana, significa riconoscere agli alunni intelligenza e capacità critica sufficiente per manipolare e creare i concetti, non solo apprenderli passivamente.

«Se vuoi costruire una nave non distribuire compiti, non organizzare lavoro. Prima risveglia invece negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro.» (Antoine de Saint-Exupery, 1940)

Basta una conferma

Quindi quest’anno per me è lavorativamente appagante. Ve l’avevo detto? Quando trovi la tua strada, viene da chiederti: come mai non ci ho pensato/provato prima? Tante eventualità appaiono all’improvviso ma avrebbero potuto farlo prima. Allora c’è davvero il momento giusto per ogni cosa. Il mio momento è scattato con un’opportunità spiazzante, che ho colto al volo e che mi ha dato sicurezza. A ritroso, tale opportunità l’ho innescata io, dopo una conversazione con una mamma nel parco. Insomma è super-vero che BISOGNA TENTARE.

Ora mi sembra di poter asserire cose su di me con certezza. E sono sicura che il connubio che ho avuto la possibilità di creare quest’anno rappresenti la mia situazione ideale.

Queste sono le mani che ho disegnato ieri, scannerizzato, vettorializzato e trasformato in queste altre:

Il rosso punta al logo, posto in basso a destra. I colori sono quelli aziendali. Ho fatto ieri questa e altre bozze per la carta intestata e articoli customizzati dello studio col quale ho avviato una collaborazione interessante e promettente.

Scuola e grafica/comunicazione, proprio gli oggetti di discussione di questo blog e il mio obiettivo di vita professionale 🙂

Nient’altro da dire in questo post, solo un aggiornamento.

Stream of unsleepiness

Martina mi chiama alle 3:30, vado a prenderla per portarla nel lettone e lì inizia il flusso instoppabile di cose da pensare.

Sono usciti bene i macaron, cacchio è vero che devi ripetere per comprendere, devo smontare meglio la meringa, quante cose noti poi. Il bacio di Klimt. Quindi ti verrò a cercare. Ma quant’è dura dire una bugia. Siamo eterni come il bacio di Klimt. Che facciamo di arte martedì? O disegniamo gli omini e proietto i miei disegni sulla lim. Oppure boh, è troppo elaborato quel progetto? Comunque basta, la sera spengo il cellulare alle 9, devo leggere. A me piace scrivere. Alle medie zia mi avrà regalato quel libro di Ramses. Certo che la storia è una cosa che piace da grandi, come se bisogna avere il senno giusto per apprezzarla. A me è sempre piaciuta la contemporaneità, che poi include il passato recente e il prossimo futuro, cioè non il passato passato. Invece vorrei sapere centomila cose. Beh se non so qualcosa, ne saprò un’altra. Domani inglese, che facciamo? Allora frase quaderno: could you count the items on the page? Ci faccio mettere la traduzione. Così contano un po’, poi ascoltiamo gli audio dal libro, e bom. Ahaha che tipo, dice bom. Non pensare cose brutte. E se è un tumore che spinge sul muscolo? Quindi domani faccio già 4 ore, meglio. Cacchio però devo finirlo il libro. 100, 150, 300 copie…magari. Bello, metto una mini storiella sulla gallina, per dire che noi compriamo le uova fresche al mercato, perché così coi tuorli ci facciamo l’ovetto sbattuto, altra ricetta stupenda per bambini, e albumi da parte. Gallina che si sforza, uovo uscito, gallina schiaccia un pisolino e il contadino le frega l’uovo. In sequenza orizzontale. Chiedo a mamma la rima. O no. Domani che mi metto? No, domani nero, o il maglione bianco. Che cavolo l’ho rimesso ieri nell’armadio. Se fa freddo con le scarpe da ginnastica… gli stivali marroni alla fine non li metto mai. Si, metto le ricette in ordine di difficoltà, così macaron ultima ricetta, prima la gallina e dopo “disegna la tua ricetta”. Disegno di Emanuele che fa le palline con la faccia corrugata per l’impegno. No niente calendari, prima finire libro. Certo che alle medie Isabelle Allende sarà stata un po’ forte?! Assimilate lo stile dell’autore che leggete o che vi piace e poi trovate il vostro. Tipo, voi leggete “Diario di una schiappa”, scriverete in modo semplice, frasi corte, onomatopee. Ma dico sempre le stesse cose? Vorrei ricordare tutto. Domani se no prendo Marti alle 12:30 così poi ci facciamo un pisolino insieme. Miii ho dormito 5 ore. Che faccio, mi alzo? Scrivo un articolo va. No dai sono le 4. Va be tanto non dormo. Dovrei ricordarmi tutti i pensieri. Bello, faccio lo stream of cosciousness, James Joyce, vedi che qualcosa la ricordo. Devo studiare.

Alle 4:27 ero davanti al computer e ora alle 4:57, terminato lo stream, la prima cosa che ho fatto è cercare James Joyce. Googlare sta minando la nostra sicurezza gnoseologica. Sì, si chiamava James, ma non era inglese come supponevo bensì irlandese. Rimasto alla storia per l’Ulysses dove utilizza questa modalità di scrittura istintiva, dei pensieri che fluiscono e si imprimono sulla pagina seguendo le strutture che hanno nella formulazione interiore. Il mio forse è più un monologo interiore giacché ho utilizzato la punteggiatura. Peccato non stampare tra una parola e l’altra le immagini che si sovrapponevano alle frasi, a volte attinenti, altre fuorvianti.

Questo lo stream of c. di Molly Bloom, moglie del protagonista Leopold, le prima dieci righe:

Sì perché prima non ha mai fatto una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova/da quando eravamo all’albergo City Arms/quando faceva finta di star male con la voce da sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante conMrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco/tutte messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta/aveva paura di tirar fuori quattro soldi per lo spirito da ardere/mi raccontava di tutti i suoi mali/aveva la mania di far sempre i soliti discorsi di politica e i terremoti e la fine del mondo/divertiamoci prima Dio ci scampi e liberi tutti/se tutte le donne fossero come lei a sputar fuoco contro i costumi da bagno e le scollature che nessuno avrebbe voluto vedere addosso a lei/si capisce dico che era pia/perché nessun uomo si è mai voltato a guardarla/spero di non diventar come lei/miracolo che non voleva ci si scoprisse la faccia ma certo era una donna colta….

E sì, è difficile non usare la punteggiatura mentre si scrive. Diventa un automatismo con la scolarizzazione, che appunto solo i bambini fino agli 8 anni forse non hanno. Dovrebbero loro scrivere degli stream of cosciousness. Come tutti i grandi artisti, Joyce ha prima imparato la tecnica e nella fase iniziale della sua carriera come scrittore ha prodotto opere che assecondavano la convenzione logica e formale dell’epoca. Poi ha trovato il suo stile.

Però a me viene da dire che anche mentre penso faccio delle pause, più o meno lunghe.

Gioco e apprendo

Il gioco è una naturale e universale propensione umana valida per ogni etnia, poiché scaturisce dal bisogno primordiale e passionale dell’uomo, e degli animali, di cercare nient’altro che il piacere, senza ulteriori finalità e in totale libertà, in qualcosa che non sia legato alla pratica quotidiana, costrittiva, finalizzata a obiettivi scanditi come il lavoro.

Il gioco è l’espressione umana più semplice, naturale e autentica dell’uomo. La sua grande valenza e significazione sono di recente riconoscimento: solo nel XX secolo il gioco passa dall’essere produzione culturale residuale di scarsa importanza di una comunità, all’essere “l’operatore decisivo di ogni cultura [….]. La cultura sorge in forma ludica.” (Huizinga)

La rivalutazione del gioco si verifica come logica e normale conseguenza della rinascita dell’antropologia in quanto scienza a sé stante, grazie al funzionalismo di Radcliffe-Brown e al metodo dell’osservazione partecipante inaugurata da Malinowski. Vivere nella comunità da studiare e condividerne spazi, rituali, espedienti e giochi permette all’antropologo di conquistarne la fiducia e ottenere risposte comportamentali più sincere e naturali. Il gioco è una delle categorie più facilmente osservabili e condivisibili. Malinowski nota quanto il ludico fosse agli antipodi del lavoro per i nativi della Melanesia, in quanto svago funzionale alla ricreazione di energia da reinvestire nel successivo lavoro.

J. Huizinga, nell’opera “Homo ludens” del 1938, fonda ogni società umana sul gioco, perchè si gioca per piacere e l’uomo ricerca per sua natura il piacere, da sempre e in seno a ogni comunità etnica. Huizinga scrive “da molto tempo sono sempre più saldamente convinto che la civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco”.

L’attività ludica è istintiva, primaria, concreta, percepibile; rappresenta la cultura nel suo stato embrionale. La cultura è dualisticamente altro, infatti è giudizio e concettualizzazione, è racchiusa in un sistema. Ciò che diventa cultura nasce spontaneamente come un gioco. 

È pulsione primaria secondo R. Caillois, che nel 1958 scrive “I giochi e gli uomini”, in cui snocciola con semplicità le componenti che caratterizzano ogni tipologia di gioco: la libertà, perché la persona sceglie di giocare in autonomia; la separazione in limiti temporali e spaziali dell’attività ludica dal resto delle attività quotidiane; l’incertezza dell’esito finale della partita 

e del suo decorso, che rimane imprevedibile. Il gioco è inoltre improduttivo, dal momento in cui non genera valore nel mondo reale; ha regole precise, valide e inviolabili per e da tutti i partecipanti; è fittizio, in quanto ogni giocatore è conscio di trovarsi al di fuori della realtà ordinaria. Lo aveva precedentemente scritto Huizinga, che “gioco non è la vita ordinaria o vera. È un allontanarsi da quella, per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria.”

Gioco è sperimentare una dimensione verosimile e costruita su imitazione della realtà, seguendo regole che sono serie e vincolanti nei limiti del gioco e che sono facilmente tollerabili, insegnando così a controllare il comportamento senza un’imposizione diretta. 

L’uomo gioca attivamente e seguendo la propria volontà, ciò implica il “fare”, cognitivo e sensoriale, che coinvolge nella totalità l’essere. G. Bateson nel 1996 identifica nel gioco una meta-comunicazione tra il mondo reale e quello irreale della fantasia; sottolinea l’essenza metalinguistica del gioco, che è un’attività consapevolmente fittizia, tale che il giocatore deve poter riconoscere che si tratta di un gioco, seppur propedeutico alla vita reale. 

La scuola può e deve usare il gioco come modalità di formazione diffusa, cioè non limitata a spazi e luoghi precisi e non legata alla sensazione di dovere piuttosto di volere: il giocare poggia su un un sistema automotivante, a differenza di studio e lavoro che si affidano a premi o punizioni per far reiterare l’azione.

Una scuola danese, la Østerskov Efterskole di Hobro, per metà finanziata dal governo e per metà privata, dopo una prima fase sperimentale dal 2006 è una realtà concreta: per un anno novanta alunni tra i 14 e i 18 anni imparano attraverso il role playing: il tema scelto e strutturato dai docenti copre l’intero anno scolastico ed è interdisciplinare. Quando gli alunni vengono chiamati a vestire gli indumenta degli antichi romani della nobiltà, il loro obiettivo è influenzare la storia, far crescere l’impero, assicurare ricchezza alla propria famiglia. Per matematica si trovano a risolvere il problema della fornitura di acqua e a progettare gli acquedotti; per fisica, devono occuparsi del reperimento dei metalli e del loro uso; alcuni poi hanno il compito di comprare schiavi germani e così parlano il tedesco delle origini; altri fanno parte del senato e hanno la responsabilità di prendere decisioni di ordine sociale; e via a toccare ogni disciplina prevista dal curriculum scolastico. È il learning-by-doing degli scout. Gli studi della professoressa Lisa Gjedde hanno dimostrato che questo metodo del gioco di ruolo e del fare migliora la motivazione e accelera la concettualizzazione delle informazioni, che rimangono così più a lungo in memoria; studenti con Asperger e ADHD traggono i migliori benefici da questo metodo didattico.

E nonostante lo status del gioco sia stato rivalutato apertamente in pedagogia sin dai primi mesi di vita, osservazioni e studi recenti hanno messo per iscritto ciò che appariva ai più con evidenza:

i nostri bambini WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Digital) giocano meno rispetto a venti anni fa per un eccesso temporale passato davanti gli schermi (68%), per i troppi impegni scolastici (56%) e per l’assenza costante dei genitori (52%).

Giocano meno anche rispetto ai coetanei delle tribù indigene, dai quali si differenziano anche per la qualità del gioco:

i nostri bimbi usano quasi esclusivamente giochi già composti e strutturati in regole, difficoltà e tipologia, mentre i bambini indigeni hanno maggiori possibilità di inventare i propri giochi, che sono per lo più giochi di ruolo e immedesimazione, diventati poco frequenti per le nostre strade.

Questi bambini potenziano in tal modo il loro pensiero creativo, che è la capacità mentale di risolvere un problema con tecniche e mezzi originali modificando l’ambiente. Ed è una bella qualità che i nostri bimbi sviluppano tardivamente e/o solo volontariamente, per mancanza di vuoti operativi che la noia procura e dalla quale i genitori attualmente cercano di preservare i propri figli. 


BIBLIO- E WEBLIOGRAFIA: J. Huizinga Homo Ludens, Einaudi, Torino, 2002; R. Caillois I giochi e gli uomini, Bompiani, Milano 2000; http://spaziokultura.blogspot.com/2011/01/antropologia-e-gioco-i-parte.html; http://www.sulromanzo.it/blog/l-antropologia-del-gioco-dall-evoluzionismo-al-funzionalismo; https://osterskov.dk/

com’è fatto un piano editoriale

Per me le immagini con licenza gratuita di Unsplash sono stupende. Ci posso trovare la foto che ispira, allude e insieme affascina perché ha un che di artistico. E a volte informa. Quella che ho messo in evidenza per questo post mostra il CALENDRIER DE l’avent géant che il CENTRE POMPIDOU ha allestito nel 2009 sulla sua rue Rue Beaubourg 19 a Parigi.

Non è l’immagine più esplicita col mese X pieno di note, non è neanche troppo lontana dall’oggetto del post.

Oggi scrivo qualcosa a proposito del calendario editoriale che ti supporta nella stesura dei contenuti destinati al web; una pianificazione che funge anche da archivio e che ci permette di non essere ripetitivi.

Possiamo usare un’agenda cartacea, google calendar o app specifiche (come Trello, Asana, Taiga, Hootsuite).

Prima di ogni cosa dobbiamo STUDIARE il target cioè TROVARE IL SEGMENTO di mercato a cui ci rivolgiamo {profilo socio-demografico (sesso, età, cultura, ceto sociale, reddito, zona di residenza…); abitudini di acquisto (dove, cosa compra e con quale frequenza, quanto spende); atteggiamenti psicologici (qual è il suo stile di vita, quali ‘etichette’ possiamo dargli)}.

POI SEGUIAMO ALCUNE REGOLE BASILARI.

-MIXIAMO i temi da affrontare-

che devono poter:

1/3

AIUTARE il nostro pubblico a capire che ha bisogno del nostro prodotto/servizio; PROMUOVERLO PER PRODURRE AWARENESS

1/3

INTRATTENERE il nostro pubblico con con sondaggi e interazioni personali, rispondere ai commenti.

1/3

INFORMARE con contenuti esterni ma in linea con i nostri temi (articoli di approfondimento, video e notizie di settore,contenuti generati da altri utenti)

Rimane utile avvalersi di mappe concettuali per trovare idee meno inflazionate, per creare link e rimandi in modo da arricchire il post con una piccola dose di crossmedialità.

-ADATTIAMO i contenuti ALLA PIATTAFORMA-

Non usare lo stesso testo per tutti i social, CAMBIAMO LE DIDASCALIE.

-SIAMO COSTANTI nella pubblicazione-

Gli orari per pubblicare i post dipendono molto dal target di riferimento, dalla sua ipotetica routine. Più generalmente siamo tutti sui social tra le 7:30 e le 9, prima di andare a lavoro; potremmo poi concederci sbirciatine di 5 minuti durante la pausa di metà mattino o di 15 minuti durante il pranzo quindi tra le 12 e le 13; aggiornamento dopo le 19. Se il tuo target è una mamma, hai più chance di trovarla collegata dopo le 22 che ha messo a letto i pargoli. Se punti agli autisti di tram dovrai conoscere gli orari delle loro turnazioni. E così via, puoi essere più generalista con gli orari o dettagliato se vuoi colpire un cliente ben definito.

Per oggi mettiamo il punto a questo articolo.

Educazione all’immagine

Prima era l’ora di ARTE, storia e tecniche. Oggi è CONDURRE FUORI DAL BAMBINO LA SUA CAPACITà DI DARE UN SIGNIFICATO ALL’IMMAGINE che ha di fronte; così capire come apprende e permettergli di esprimersi attraverso la creatività. Quindi esercitare tale potenziale creativo, facendogli conoscere gli strumenti, le modalità e chi prima di lui ha messo se stesso in un’opera d’arte.

Il concetto di IMMAGINE comprende quello di arte e si completa poi di tante altre espressioni visive: pubblicità, editoria, albi illustrati, segnaletica, iconografia, doodle, infografiche, etc. Sappiamo che oggi ricorriamo alle immagini per sintetizzare concetti e tempistiche più di ieri. Sappiamo poi che l’arte attuale si compone di installazioni e performance, che non hanno a che fare coi pennelli e le tempere bensì con le idee.

Diciamo anche che per noi l’arte ha un significato tradizionale di eccellenza pratica, così come l’artista è qualcuno che possiede un talento non alla portata di tutti.

Eppure tutto il visivo che ci circonda ha come obiettivo quello di comunicarci qualcosa, non solo l’arte. Ecco perché ormai la nostra scuola, che è molto più psicologica e attenta alle sfumature di quanto lo fosse ieri, ha nel suo programma EDUCAZIONE ALL’IMMAGINE e non arte. Nonostante la rilevanza crescente dell’imago nel nostro presente, questa disciplina continua ad avere poco spazio nell’orario settimanale: un’ora alla primaria ad esempio. Beh, è pur vero che si fanno disegni con molta frequenza durante le altre ore di lezione… ma ovviamente non è quello educazione all’immagine.

L’obiettivo di questa disciplina è sviluppare le capacità logico-cognitive dei ragazzi, la loro coscienza critica e interpretativa per poter usare le immagini nella loro valenza obiettiva e/o più emotiva. Supportarli nello sviluppo della loro personalità perché si chiede loro di comunicare se stessi, comprendere e accettare le idee degli altri e, così, migliorare la loro EMPATIA, concetto centrale nella scuola delineata dalla Comunità Europea (le otto competenze chiave del 2006).

Certo, l’esercizio creativo migliorerà anche il loro gusto estetico e la loro manualità.

L’ora di educazione all’immagine è un laboratorio sul colore, sullo spazio, sulle forme, sulla materia, sulla luce e sul movimento.

Tutto il preambolo per dirvi che ho iniziato! Quest’anno ho scelto una scuola a due km da casa e un orario di lavoro ridimensionato.

Unirò la docenza alla comunicazione, percorrerò il doppio binario… yeah